Francia, Provenza, Costa Azzurra: nomi mitici che portano alla memoria Cannes, le sfilate, le modelle. Il meglio del jet set. Ma per chi segue i motori si riduce in un nome solo: Paul Ricard. Ovvero il circuito che sorge a Le Castellet, borgo medievale ai piedi del massiccio su cui sorge il tracciato, voluto agli inizi degli anni 70 dall’industriale produttore del liquore Ricard, dal gusto di anice e per palati forti.

Da quel momento, 1971, il tracciato ha subito poche modifiche. Qualche riga laterale sulle immense vie di fuga psichedeliche, tribune abbattute e ricostruite in tubolari, una viabilità folle in caso di traffico. E così, visto che dal nord Italia la via migliore è l’auto, si parte con una francesina fra le mani. Una Renault Clio, tanto per restare in ambiente e vedere se i villani locali stavolta fanno il muso lungo quando, come in passato, ci siamo presentati con vetture tricolori di altro marchio. Il navigatore dà via libera e quindi si opta per la fiducia. Ovvero, Liguria come via più breve.

Errore gravissimo. Prima del passo del Turchino tutti in coda, una fila interminabile di un’ora e mezza. Risultato, da Milano a Ventimiglia 6 ore e 15 minuti. Il prezzo pieno, 29,30 euro, viene pagato augurando alla macchinetta ogni sorta di accidenti, maledizioni e se esiste, anche un attacco di dissenteria elettronica per l’autore di codesto scempio che prosegue da tempo ai danni dei cittadini.

Chiusa la parentesi malefica dell’autostrada ligure (i più furbi hanno optato per il Frejius, allungavi di 60 km ma risparmiavi 3 ore sulla tabella di marcia), si arriva finalmente all’hotel… Oibò, hotel parola grossa. Una sorta di pollaio in mezzo a un bivio autostradale dopo Tolone a 162 euro a notte, colazione esclusa.La camera è un tre x due tutto incluso, ovvero bagno, letto e ingresso, a piano terra in mezzo alle frasche con varia e amena fauna locale in movimento la sera. Nella camera a fianco un po’ di rumore dovuto a una allegra combriccola di profughi africani che dopo aver fatto il bucato, lo stendono sui cespugli esterni ad asciugare.

In fondo bisogna arrangiarsi, ma di certo abbiamo l’impressione che non paghino i 162 euro a notte, quella è una specialità nostrana. “Le petite dejuner ca va bien a 7 heur?” domanda solerte alla reception la signora attempata. Diciamo che se non è alle 7 ma pure dopo va bene lo stesso. E qui, per 15 euro, troviamo cappuccino da macchinetta automatica, briosche periodo Maria Antonietta prima della decapitazione, fette biscottate della campagna di Napoleone in Russia e succo di arancia di provenienza dubbia.

Si ingolla quello che si può (la fame, grande consigliera…) e si ricorda il pollo di plastica della sera prima con “frites” a 15 euro tutto incluso. “Je t’aime” c’era scritto in un biglietto firmato Cardinale Mazzarino a una non meglio identificata concubina di corte, il messaggio, gelosamente custodito fra le ali del pollo, è giunto ai giorni nostri come testimonianza che il vero amore non muore mai. Come il pollo che lo ha portato. Per i dettagli del nostro dentista, per la ricostruzione dei molari distrutti nell’impresa masticatoria, vi rimandiamo ad altro appunto di viaggio.

Finalmente si arriva alla base della RN8, la strada che porta al circuito. Anche se il pubblico è scarso e ben distanziato, riescono a fare colonna già da Le Beausset, località che dà il nome a una delle curve, così come Signes altro luogo mitico. A guardare la campagna, lo spettacolo della natura, sembra quasi di vedere i villani seduti su una balla di paglia mentre leggono il giornale di ieri e commentano: “Mais no, la revolution francaise etè ici!” ovvero, ma pensa, hanno fatto la rivoluzione francese anche qui. Infatti, l’impressione che da queste parti non se ne siano accorti è molto forte.

Comunque, dopo solita trafila, controllo temperatura agli ingressi (dopo la cena sarebbe da obbligare anche per i trigliceridi) si entra nella sala stampa. Piccola, gremita da paura anche se nel rispetto delle norme. Al confronto a Imola potevano ospitare il doppio dei giornalisti ammessi, ma va a capire come fanno le scelte. Si va in bagno per le operazioni di rito e si scopre che gli orinatori hanno altezze diverse. Ovviamente bloccano quello ad altezza…umana e lasciano operativo quello per bambini, col risultato che l’acqua alta a Venezia sembra uno scherzo al confronto.

Si propone corse di mira accelerata per molti presenti. Il paddock è di là dell’ingresso media, ma visto che lo stomaco reclama, si va al buffet dove troviamo briosche parenti di quella firmata Maria Antonietta, banane verdi (il tempo di maturare ovviamente) e caffè americano a volontà. Si rimpiange Imola e Bahrain per i catering di altissimo livello. Prima di entrare in sala stampa, la sorpresa. Passiamo i tornelli col pass ma finiamo in una zona rossa, vietata. E allora perché mettere i tornelli e farli aprire? “Boh, non so che dire” risponde l’addetto che prima ti fa passare poi ti insegue per cacciarti via.

Nel paddock, finalmente, l’attenzione è tutta per Alonso e Ocon. Non i piloti, le loro fidanzate. Sono una attrazione unica e i commenti si sprecano. E pensare che qualcuno pensa ancora alle macchine, alle gomme, alle polemiche con questi spettacoli della natura. “Ueè, ti vedo distratto“. Una pacca sulla spalla. E’ Max Verstappen. Si gira, guarda anche lui, si mette a ridere e ci dice: “Beh, ti capisco, io intanto cerco di battere le Mercedes, hanno vinto troppo e abbastanza”. Parte l’ovazione del pubblico. Per lui? No, per la gara di coppa Renault Clio che ha dato spettacolo. Anche questo è sport. Anzi, solo quello è sport…

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