Non è un caso che la vita di Niki Lauda sia diventata, almeno parzialmente, un film. La sua esistenza sembra frutto della penna di un abile sceneggiatore. I nodi salienti dell’intreccio li conosce anche chi mastica poco la F1. Il prestito bancario per arrivare nella massima serie, l’accordo con la Ferrari e il primo mondiale. Lo schianto terribile al Nürburgring nel 1976. L’inferno di fuoco nel bel mezzo dell’Inferno Verde della Nordschleife, il salvataggio di Arturo Merzario, le ferite. Il ritorno, dopo poco più di un mese, con il casco a torturare le sue piaghe. Il coraggio di ammettere le proprie debolezze al Fuji, con il ritiro che consegnò il mondiale al rivale James Hunt. Il rientro, dopo due anni di assenza dalla F1, a inizio anni Ottanta, per cogliere la terza iride per mezzo punto.

Ma quello che vogliamo ricordare a due anni dalla sua scomparsa è l’ultimo Niki Lauda, il presidente non esecutivo della Mercedes. Lauda, nel suo capitolo conclusivo in F1 e nella vita, incarnò il lato irriverente del team di Brackley. Contraltare del misurato Toto Wolff, Lauda mantenne la sua filosofia improntata sulla schiettezza anche in Mercedes. Basti pensare alle sue dichiarazioni a Barcellona, nel 2016, dopo l’harakiri di Lewis Hamilton e Nico Rosberg. Una volta precisato che, a suo avviso, Hamilton era il principale colpevole dell’accaduto, aggiunse: «I piloti sono pagati per vincere le corse, non c’è troppa pressione su di loro. Ma guidare così è stupido».

Solo Niki sarebbe potuto essere così diretto. Per Lauda, esistevano solo il bianco e il nero, non le sfumature intermedie. Offriva una prospettiva che, in una F1 sempre più asettica, pareva una boccata d’aria fresca. Un team principal certe dichiarazioni non potrebbe – o, quantomeno, dovrebbe – rilasciarle. Lauda poteva, doveva. Era un vero uomo di corse, figlio di un tempo in cui i piloti non avevano paura di sporcarsi le mani, di osare, di scioccare. Sporco a parole, pulito in pista, Lauda aveva sempre le idee chiare. E Toto Wolff, diventato un amico negli anni, dopo la sua scomparsa si è ritrovato disorientato, senza un punto di riferimento a cui chiedere consiglio.

Se la Mercedes oggi è il tritacarne che conosciamo, è merito anche di Lauda. Fu Niki a convincere Lewis Hamilton a perfezionare un vero e proprio salto nel vuoto. Nel 2012, si trattava di una mossa assai rischiosa. La Mercedes, quell’anno, ottenne una vittoria, una pole e un paio di podi. Pochissimo come promessa di successi futuri per un pilota come Hamilton. La vera garanzia arrivò proprio da Lauda, che conquistò Hamilton con la sua schiettezza, premettendo che, se fosse stato ancora un pilota, in Mercedes non ci sarebbe assolutamente andato. Ma se le cose fossero andate come da copione, sarebbe potuto nascere qualcosa di fantastico.

Quello di Lauda nei confronti di Hamilton fu un vero e proprio corteggiamento. Nacque da quell’opera di convincimento reiterato il rapporto di grande fiducia reciproca tra Niki e Lewis, da pilota a pilota. Hamilton ascoltava attentamente i consigli di Lauda, pronto a togliersi il cappello rosso per lui a fine gara, se li avesse seguiti e avesse continuato a migliorarsi. Il Lewis Hamilton odierno è frutto anche di quelle critiche costruttive. Così come Toto Wolff, il team principal più efficace della F1 attuale, deve molto al rapporto con Lauda, inizialmente burrascoso sul fronte lavorativo, poi decisivo.

Niki e Toto impararono a conoscersi nelle loro trasferte, come due colleghi. Cene, viaggi in aereo, tanto tempo trascorso insieme. Tra due uomini dal carattere forte come loro, era inevitabile che all’inizio ci fosse qualche screzio. Dovevano prendere le reciproche misure. Ma una volta trovato il giusto equilibrio, diedero vita a una collaborazione arricchente, alimentata dalla stima di Wolff per il modo con cui Niki affrontava gli ineludibili strascichi dell’incidente che gli aveva cambiato la vita. E l’orgoglio di Lauda a fine GP, quando la Mercedes vinceva, inorgogliva l’intero team.

Lauda era il jolly della Mercedes, interveniva con una flessibilità invidiabile laddove ce ne fosse bisogno. Con la sua spiccata intelligenza, aveva sempre la risposta pronta, chiunque fosse l’interlocutore. Sono passati due anni da quello straniante GP di Montecarlo subito dopo la sua scomparsa, con Sebastian Vettel e Lewis Hamilton con il casco rosso a ricordarlo, ma la Mercedes e Lewis vincono ancora. E se sono nelle condizioni di farlo è anche merito di Lauda, il deus ex machina perfetto. Non è un caso che, ancora oggi, sulla Mercedes W12 ci sia una Stella a tre punte rossa. È quella di Niki, l’uomo che ha reso la scuderia di Brackley ciò che è oggi.  

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