Neom, Arabia Saudita, 10 Gennaio. Ieri siamo stati chiusi, era la nostra… giornata di riposo. Vi chiederete come mai chiudiamo proprio nella giornata di riposo della Dakar, e io vi rispondo che quello è il giorno più caotico della Corsa, nessuno che viene e si ferma, sono tutti di corsa, tutti hanno da fare qualcosa di urgente per l’indomani sperando di avere cinque minuti liberi. Qui da noi è buona norma venire a sedersi quando si è finito di lavorare, rilassarsi, bere un bicchierino e far evaporare un po’ di stress con gli amici. Solo amici. Per questo siamo aperti tutta la notte. La Tappa Marathon, invece non c’è nessuno. Per esempio, oggi tutti i Concorrenti sono a Sakaka, lontano da tutti, isolati e chiusi nel recinto della Marathon, e quindi tutti gli altri sono venuti qui a Neom, hanno sistemato le loro cose e fino a domani non vedranno i loro assistiti. Il Bar della Dakar è il rito del debriefing di Meccanici e Manager. La serata inizia prima e può finire molto dopo. Ci si lascia andare volentieri.

Il Bar della Dakar è anche il centro di raccolta e scambio delle informazioni. Le notizie che arrivano al bivacco sono sempre personali. Non c’è un Giornale della Dakar, a questo pensiamo da tempo, lo faremo. Una volta c’è stata una Radio Dakar. Tanti anni fa. Tutti avevano una radiolina FM sintonizzata su una emittente del bivacco, ma era poca cosa, trasmetteva solo i risultati, che qui si sanno subito.

Stasera comunque siamo tristi. Religiosamente tristi perché uno di noi, il più grande, se n’è andato. Hubert Auriol ci ha lasciati soli. Ci piace pensare che abbia ritenuto che siamo ormai grandi e possiamo andare avanti da soli. Ma non basta. Ci manca, improvvisamente e subito. Ci manca perché per troppo tempo è stato con noi, davvero in mezzo a tutti noi.

I Meccanici hanno esperienza di Dakar e di Vita. Stanno con i piedi per terra e le mani dentro i motori. In un certo senso ne sono l’anima. Sanno essere giusti perché fanno un lavoro delicato, non possono sbagliare.

Uno di loro è qui da un po’. Taciturno. Un altro alza la bottiglia e dice: “Brindiamo a Hubert! Siamo tristi, ma siamo felici perché l’abbiam conosciuto!”

Parla il primo, il taciturno. “È vero, con lui siamo stati felici. Ci sentivamo al sicuro. È stato la nostra guida, la guida della Dakar per quasi dieci anni. Io della Dakar riconosco due Condottieri, Thierry Sabine e lui. Non è un caso che la Dakar in caduta libera sia ripartita grazie a lui”.

Un altro. “Per me la più bella esperienza è stata al Gran Rally China, un’altra delle sue idee vulcaniche. Eravamo in pochi e ci si vedeva tutti i giorni, passava sempre a chiedere dei nostri piloti, o semplicemente di noi. Mi colpì che non veniva per fare pubbliche relazioni o in visita di cortesia. Ascoltava, discuteva, tornava la sera dopo e continuava il discorso. Non è più successo con i suoi “successori”.

Riprende il primo Meccanico: “Ricordo quella volta che Nani Roma si perse. Eravamo tutti in pensiero, non avevamo notizie. L’elicottero atterrò vicino a noi, Hubert scese e venne a rassicurarci. Era stanco, era stato tutto il giorno in giro a radunare il suo gregge. La moca soffiava. Hubert si mise a sedere tra noi in mezzo al Deserto. Prese la tazza di caffè, lo bevve piano, pensieroso. Poi recuperò un po’ di grinta, lo capimmo quando tornò a sfoderare il suo leggendario sorriso. Un po’ di pacche sulle spalle. “Les Italiens ils sont formidables!” Mi viene da piangere!

“Ti ricordi la volta – interviene un altro Meccanico anziano – dell’esodo di massa dal Niger alla Libia, da Niamey a Sabah? Quella fu una delle imprese di Auriol. La Dakar traghettata in blocco con i giganteschi Antonov. La decisione fu resa pubblica in una conferenza stampa memorabile sotto il tendone stampa del bivacco. Sembrava un annuncio di guerra ed era una missione di pace. Ma ci voleva quella grinta, la Dakar andava salvata, era il momento in cui solo un condottiero carismatico avrebbe realizzato l’impresa impossibile come se fosse un’operazione di tutti i giorni. Per una settimana Auriol non è stato fermo un minuto. Faceva quasi tutti i viaggi, e la sera passava in giro e in rassegna il bivacco. Una parola per tutti.”

Parla un giornalista. Sono pochi quelli “ammessi” alle serate del Bar Della Dakar il giorno della Marathon. Qui solo quelli veri! “Era nato Motociclista, aveva vinto anche con le Auto. Il suo cuore batteva forte per gli eroi delle due ruote. Li capiva, li sentiva. Sapeva cosa rischiavano. L’aveva saputo perfettamente e a fondo nel 1987, quando perse la Dakar ormai in Senegal con due caviglie fratturate. Se non ci fosse stato il fine tappa avrebbe continuato fino a Dakar, nessuno lo avrebbe fermato!

Parla un Manager nostro amico da sempre, che ha visto la Dakar da privatone e ora dirige un Team emergente di una grande Casa indiana. “Hubert l’ho conosciuto alla fine della sua esperienza da condottiero della Dakar. Un Uomo protagonista, un autentico eroe della Dakar. È venuto alla giornata di riposo lo scorso anno. Non stava bene, eppure venne a trovarci, a conoscere quel Team che non c’era ancora quando lui era il Direttore. Sempre e nonostante tutto con quel suo tipico, meraviglioso sorriso.”

Un Pilota spagnolo recordman, ora coach, esperto a 360°. “Una bravisima persona, un gran deportista e directore. Lui voleva sempre dare soporte e ayuto a los amateurs. Medalla de oro per lui.”

“E quella volta che tornò al bivacco completamente bagnato? – Un altro “testimone” – Scese dall’elicottero fradicio, e noi non capivano che gli era successo. Il giorno dopo lo rivedemmo nelle foto, un pomeriggio nelle acque del Niger, un guado apocalittico, ad aiutare i Motociclisti a uscirne.”

“Mi fai venire in mente un’altra storia – Interviene un Manager amico/ammesso anche lui – “Lui si riteneva un bravo meccanico, ma in realtà non era un fenomeno. Sapeva arrangiarsi, ma già una volta, all’alba dei tempi, aveva ingenuamente trasportato la sua Moto in panne su un pickup (e l’aveva pagata cara). E dopo quella Dakar persa, e dopo quella persa a un passo da Dakar con la Cagiva con un cilindro KO, solo perché non sapeva che gli sarebbe bastato tagliare la cinghia e… tagliare il traguardo con un cilindro solo, e dopo la Dakar delle caviglie… ragazzi, fanno almeno tre Dakar in più che avrebbe dovuto vincere.”

Un altro. “Eh sì, CaGiVa e Auriol sono la Leggenda di due nomi leggendari. Solo un entusiasta “spericolato” come lui avrebbe potuto inventare uno dei più bei romanzi della Dakar. Ci pensate? Aveva poco più di trent’anni, aveva vinto due volte, era un Dio e tutti volevano i suoi servigi. Ma lui non sopportava più quel belga piccoletto, pace alla sua anima, che correva con lui e che non era propriamente la quintessenza dell’altruismo. Gli rovinava l’anima. Allora, quando erano già tempi in cui intervenivano le Case, le “Factory”, come si sarebbe detto poi, in prima persona il giovane Hubert decise di lasciare tutto e di partire per la nuova Avventura. Montò il Team, trovò gli sponsor, si affidò alla CaGiVa per creare la Moto che avrebbe fatto sognare non solo lui. E ci corse, e quella Moto avrebbe vinto, solo ci è mancato che ci vincesse anche lui!”

Lo sapete, Thierry Sabine aveva stregato quel figlio di un dirigente delle ferrovie che in quel tempo faceva il commerciale a Parigi. L’”Africano”, era nato ad Addis Abeba, il padre lavorava laggiù, era andato da Sabine un giorno per capire meglio quello che stava inventando, di cui si parlava e che lo aveva magnetizzato a quella che sarebbe stata la svolta della sua vita. Thierry non gli spiegò molto, ma gli disse: “Tu devi venire!”. Hubert si licenziò e si mise al lavoro. Aveva già capito come si sarebbe dovuto strutturare una partecipazione alla Dakar. Aveva tirato dentro un suo amico e collega dell’Enduro, Cyril Neveu…

È ormai l’alba, continueremmo per molto tempo ancora. Dovete leggervi Tout Droit Sur Piste Principal. T.D.S.P.P. Quello è il suo libro, la sua autobiografia, la sua Storia. E la nostra!

Non è giornata. Aspettiamo anche con trepidazione di avere notizie di Pierre Cherpin, l’appassionato amatore, alla quarta Dakar, che è rimasto vittima di una brutta caduta al KM 178 della Speciale. Ce lo ha detto il meccanico di Chaleco Lopez, il Pilota che lo ha assistito sulla pista finché non sono arrivati i medici della corsa. Il Pilota francese è in ospedale, in coma indotto, una tecnica per fargli risparmiare energie vitali. Siamo tutti con lui. Lo siamo sempre, con tutti. E aspettiamo anche buone nuove da CS Santosh, che è ancora in ospedale.

Andiamo a dormire qualche ora, è già giorno. Oggi è l’anniversario di un altro Pilota leggendario che è andato in cielo e nel Paradiso della Dakar: Fabrizio Meoni!

© Immagini: DPPI-Soldano, PB

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