Senna, Ayrton. Dio immortale dell’auto da corsa, che non fu amato da tutti se non dopo la morte ogni anno celebrata il primo di maggio. Amò tanto del Motorsport, lui, tanto da impegnarsi anche con gli automodelli radiocomandati nel poco tempo libero, come sanno quelli del settore. Per vantarmi potrei dire che io e lui, brevemente, per un paio di stagioni eravamo “in pista con la stessa macchina e medesimo motore” anzi, io fortunatamente i motori li avevo migliori, ancor più ufficiali e coccolati per questioni di logistica, essendo motori brianzoli. Magari lui era più coccolato dalla Kyosho, azienda vincente e giapponese come Honda, ma il motore è sempre il motore, specie se di quelli che attira attenzioni a ogni passaggio sul dritto per come urla, girando fino al limite di sbiellarsi qualche volta.

Anche se teenager campione regionale, non ho mai dubitato di batterlo come chiunque altro fosse mai capitato in pista durante una manche o una finale, il dio della guida. Perché parliamo di quello, R/C-S: non monoposto F1 ma automodellismo, off-road, in scala 1:8 con motore a due tempi da 3,5cc. Era il massimo per un bimbo fortunato o ragazzino anni Ottanta e Novanta, prima di guidarli poi per davvero, i veicoli in scala reale. Quello che forse tutti non sanno, è che il buon Senna venne giustamente omaggiato di quanto gli serviva per impegnarsi con il modellismo, dotato dei migliori materiali al mondo. Materiali selezionatissimi uso gara quindi, non “giocattoli”: il modello 4×4 “top” del momento colorato nella tinta Marlboro e non il classico motore giapponese (OS) di norma sposato alle Kyosho anche ufficiali, ma quel motore a cinque luci inventato dal grande Gualtiero Picco, in quel di Monza (tra il “Punt da Stela” e il San Giuseppe era un classico sentirli girare, intorno ai trentamila sul banco prova).

Piede giù e traiettorie sperimentali

Qui si potrebbe aprire un capitolo, su Senna e le sue “necessità” quando deve guidare una macchina da corsa, anche se in scala e per il tempo libero, ma l’aneddoto di oggi è un altro. Quando Ayrton venne a Monza per una delle sue tante, belle giornate di test liberi in pista prima del GP Italia, qualcuno voleva incontrarlo. Era il buon Alberto Picco, con me in autodromo e anche lui pilota da titolo iridato, nell’1:8.

A differenza mia, Alberto competeva con esperienza tra i velocissimi modelli on-road motorizzarti 3,5cc e aveva quindi un occhio preciso come nessuno, per le traiettorie. Piazzati a bordo pista in Ascari, mentre io notavo come sempre lo sguardo intenso di Senna dentro a quel casco giallo nel raccordo tra ingresso e uscita, uno sguardo proiettato all’interno delle curve, Alberto si meravigliava di come “nemmeno lui facesse mai la stessa traiettoria”. Beh, auto più grandi delle nostre radiocomandate e sono prove estive, chissà cosa stanno sperimentando nel motorone Honda o sull’assetto della McLaren. A Monza si sa, le Ferrari piegheranno almeno per qualche momento il potere del binomio Senna-Honda, usando ogni mezzo e nel box bianco rosso (colori di Monza, ndr) devono faticare più che altrove per prepararsi.

Senna invero, mentre guidava la sua eccellente Turbo Burns motorizzata Picco non lo abbiamo mai potuto incrociare. Quello che poteva capitare, al massimo, era che sfoderasse un aero-modello, più agevole e anche divertente per gli spazi liberi in aria, al posto di quella macchinina da gara che deve girare sulle sue piste dedicate. Facciamo anche tappa dovuta tra le due curve di Lesmo, quelle dei tempi ovviamente, non con il percorso monzese di oggi. Ancora una volta, Alberto nota tra gli altri Senna, che inanella giri, pochi in sequenza tirata ma con quel motore che gira in pieno, senza esitazioni come altri. “Passa in pieno senza alzare il piede”. Per forza, saranno pure dei test estivi ma è Senna e poi guida anche una McLaren, per vincere a settembre.

Non era l’unico che passava regalando il rombo incessante tra Lesmo 1 e Lesmo 2, Senna, ma altri non avevano tutti quei cilindri dietro alla schiena e quel rumore intenso da far sospirare mentre si chiiudeva energicamente lo sterzo verso destra (Honda meno limpido dei Ferri V12, ma comunque eccezionale pensando alle ridicolezze acustiche odierne). Certi suoi connazionali con i “sordi” Cosworth del tempo, alzavano palesemente il piede e a qualcuno veniva giustamente da applaudire e urlare, quando passavano invece V10 o V12 a pieno gas. Noi invece, abituati alle “macchinine” con i piccoli 2T che urlano sempre all’infinito, non applaudivamo ma apprezavamo quel crescere costante di giri. Anche in quello Ayrton era un pochino meglio, da ascoltare, degli acerrimi rivali con una minima esitazione ogni tanto udibile tra le due curve.

Calzoncini corti

Una volta arrivati in corsia box, nonostante non fossimo stati annunciati, il momento poteva essere quello per Alberto di sentirsi dire qualcosa dei loro motori, da parte del dio della Formula 1. Invece Senna, certo un po’ stanco e magari pensieroso per il lavoro sulla sua monoposto con quel gran caldo, non venne a salutare ma pensò di andare nel motorhome, per poi infilarsi i calzoni corti. Maleducazione? No, assolutamente, si sarà rifatto poi in altro modo, che durante il lavoro in autodromo. Sul momento Alberto osò una frase non adatta a un dio in terra: “Gli ho regalato un motore, a quello lì”. Se è per quello ne regali tanti anche a me, che non ti faccio una simile promozione per il mondo e poi se nessuno lo ha avvisato, mica può riconoscere alla cieca quello che è un piccolo sponsor, rispetto al suo mondo.

Sono passati trenta anni circa e quelle poche foto con l’adesivo P-engines sulla macchina bianco rossa e la testa del “5 luci” che sbuca tra le mani di Ayrton Senna, sono ancora di grande immagine per i micromotori italiani Picco. Tra i pochi motori made in Italy che Senna abbia scelto, anzi gli unici se si escludono brevi tempi nel kartismo.

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