Quando entravi in direzione gara all’autodromo di Monza, la domanda era la solita: come va lo Zio oggi? Lo Zio era Romolo Tavoni, colonna portante dell’autodromo nazionale. Lo chiamavamo zio perché era proprio così con tutti. Burbero, affabile, educativo, a volte sopra le righe, ma sempre con quella passione che lo distingueva, a differenza di altri che vedevano solo il business nel mondo dei motori. Tavoni era la mente e il cuore di un mondo che non c’è più da tempo. Dopo aver lasciato la Ferrari nel 1961, col il gruppo di rivoltosi in contrasto con la moglie di Enzo Ferrari, Romolo Tavoni si era inventato una nuova vita, dapprima con l’ATS dell’ingegner Chiti e poi in autodromo a Monza. Dove ebbe intuizioni geniali e aveva sotto controllo tutto. Dalla parte tecnica a quella umana, contribuendo a far crescere collaboratori, giornalisti e persone che poi nell’ambiente hanno tracciato una propria strada.

Tavoni come maestro e insegnante di vita. Innumerevoli gli aneddoti, le storie, i ricordi. Dal punto di vista sportivo si deve a lui e al presidente AC Milano, Luigi Bertet, la nascita della F.Monza. Una idea semplice per avvicinare i giovani allo sport. Un motore Fiat sogliola della 500 e giardinetta. Un telaio libero e un prezzo calmierato di 875 mila lire. Infatti si chiamava F.875 ma poi divenne F.Monza e così rimase. Una palestra che ha forgiato tanti piloti, da Alberto Colombo a Lella Lombardi, da Michele Alboreto e tanti altri ancora divenuti famosi nel mondo delle corse. La sua idea di fare qualcosa per i giovani e al passo coi tempi si concretizzò nel 1983 nella nuova F.Panda, una categoria che riprendeva i principi di quella F.Monza. Le gare erano occasione per trovarsi al tavolo al ristorante dell’autodromo e ricevere lezioni di vita e di professione.

“Vedi caro Cicca, fare il giornalista vuol dire lavorare in piazza sotto gli occhi di tutti. Chi crede di fare di nascosto è un cretino. Perché qui si sa tutto di tutti, quindi onestà e trasparenza devono essere la base” e via di aneddoti, a cominciare dal litigio con Enzo Ferrari. “Sua moglie era invadente, veniva in officina, sgridava qui e sgridava là. Vado in ufficio e gli dico: Commendatore, se va avanti così le macchine finisce che le monta sua moglie da sola e il Grande Vecchio mi rispose: caro Tavoni, da mia moglie non posso divorziare, da voi sì anche se vi capisco”. E se ne andò insieme ad altri 6 per una nuova avventura. Ma con Enzo Ferrari i rapporti erano rimasti buoni, era stato il suo segretario e poi DS in pista. “C’era una volta un giornalista che rompeva sempre le balle coi suoi articoli e durante una gara si avvicinò troppo a una macchina. Il meccanico, nel fare il cambio gomme, diede una martellata sul gallettone della ruota e prese anche il piede del giornalista che urlò dal dolore. Ferrari mandò una bella lettera di scuse, ma poi in ufficio mi faceva ripetere sempre la scena e mi chiedeva: ma ha urlato bene bene? Mi dica Tavoni, mi racconti come ha urlato e poi rideva soddisfatto”.

Era come entrare nel mondo di un mito dalla porta principale e poi aiutava a percorrere i primi passi in autodromo. Un giorno, inizio carriera, faticavo a trovare un pass perché l’addetto stampa non voleva darlo. Arriva Tavoni, mi guarda, mi dice: vieni nel mio ufficio. Apre il cassetto, compila un foglio mi dà un cartellino: “Tieni, è il pass permanente per seguire la F.Panda e se ti rompono i coglioni me lo vieni a dire. Hai passione, è giusto che tu la viva”. E così col mio pass permanente fra foto, articoli e serate interminabili in sala stampa, che poi per quelle gare era l’ufficio all’ingresso della direzione gara, si passava il tempo a scrivere sulla telescrivente, prendere la strisciata, correre a Milano alle poste alla Stazione Centrale e poi spedire al giornale in chiusura. Il rito, però, doveva essere completato con il pranzo al ristorante dell’autodromo, sempre offerto da Tavoni, e con la classica mela tagliata a fette con limone e zucchero.

Un giorno mi chiama all’altoparlante. Vado in direzione gara e mi dice: “Vieni, che ti faccio conoscere un grande giornalista”. Andiamo a pranzo e sono lì con Marcello Sabbatini, direttore di Autosprint e Rombo: “Marcello, Cicca è un amico, un bravo ragazzo. Vuole fare il giornalista vero perché è un giornalista vero”. Sabbatini rispose: “Caro Romolo, se lo dici tu ci credo. Se ho occasione lo farò”. Fui l’ultimo giornalista assunto da Sabbatini a Rombo anni dopo: “Lo avevo promesso a Tavoni e io mantengo le promesse. Tu sei l’ultimo giornalista che assumo, perché ho dato le dimissioni al nuovo editore Alfredo Cazzola e non volevo lasciare senza mantenere la mia parola”. Tempo 40 giorni mi ritrovai a fare l’inviato in F.1 e Tavoni: “Va che non sono mica diversi dagli altri piloti che hai conosciuto, sai? Quando vanno a fare pipì la fanno come gli altri e come te quindi nessun problema”.

A Monza, 1990, all’ultima gara di Tavoni come direttore di gara, i commissari gli regalarono la bandiera a scacchi con tutte le firme, a ricordo di un periodo storico unico e inimitabile. Anche fuori da Monza però, era sempre attivo, sapeva di tutto, indirizzava, si facevano quattro chiacchiere e dava delle dritte importanti. Ci siamo sentiti qualche tempo fa, provato dalla malattia ma sempre lucido: “Caro Cicca, cosa vuoi che ti dica… Alla mia età e nella mia situazione ci si sveglia al mattino sperando di arrivare a sera e a sera si va a letto sperando di alzarsi al mattino. E’ la vita, vado avanti ora per ora. Di più non posso fare. Va bene così, mi raccomando, ti seguo sempre e sono contento per te. Resta sempre il Cicca della F.Panda, mi raccomando non far cagate…”. No, caro Romolo. Non ne faccio proprio per rispetto ed educazione nei confronti di uno che oltre ad essere stato un maestro è stato davvero come un caro zio il cui ricordo resterà per sempre scritto là dove nessuno lo leggerà: nel profondo del cuore. Di tutti e di tanti che ti hanno conosciuto.

Foto: Il Cittadino di Monza e Brianza

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