Una pista era rossa, quindi non troppo impegnativa, l’altra blu, quindi facile, e, in mezzo, un tratto non battuto, di neve ancora fresca e che nascondeva insidiose rocce. E’ proprio lì, mentre attraversava con gli sci ai piedi e a passo d’uomo, che Michael Schumacher è caduto, dopo una vita a trecento chilometri orari tra auto e moto. Era oggi di sette anni fa: il 29 dicembre 2013 quando il più banale degli incidenti in montagna ha fatto calare il silenzio sulla vita di un campione che per molti è stato il più grande di sempre.

La cronaca di quel giorno, purtroppo, è tristemente nota. La caduta che in un primo momento non aveva certo fatto pensare a qualcosa di particolarmente grave, nonostante il casco (che Schumi indossava) avesse picchiato violentemente contro una roccia. Qualcuno ha anche raccontato che nei primi minuti dopo l’impatto, il pluricampione del mondo di Formula1 era anche cosciente e aveva addirittura parlato con i soccorritori. Po la situazione è precipitata: dalla barella sul Monte Saulire, tra la pista Mauduit e la Biche, all’ospedale di Moutiers, fino a quello di Grenoble. Ha lottato tra la vita e la morte, superando un delicato intervento chirurgico che costrinse i medici a definire critiche le sue condizioni di salute. Poche ore dopo, per Schumacher si aprirono ancora le porte della sala operatoria, con il mondo che nel frattempo restava con il fiato sospeso, fino al 31 dicembre, con un nuovo bollettino medico: “Condizioni stabili, ma critiche”.

Non una parola in più, intorno alla vita di un campione che aveva fatto sognare e che da quel giorno in poi è stato protetto da ogni sguardo indiscreto: per riservatezza, per una particolare dignità. Pochi, pochissimi gli aggiornamenti e tutti annunciati da una sola voce: quella di Sabine Khem, sua manager. Per il resto solo la certezza del ritorno a casa (allestita come un ospedale) e dicerie, indiscrezioni, persone (e a volte anche personaggi) che si sono fatte pubblicità dicendo di sapere qualcosa in più, di conoscere le reali condizioni del pilota. Ma mai nulla di verificato e certo, oltre le parole autorizzate alla Khem dalla famiglia di Schumi nel 2014, quando venne annunciata l’uscita dal coma farmacologico e l’inizio di un lentissimo percorso di risveglio che dura ancora oggi: “Michael sta facendo progressi sulla sua strada. Mostra momenti di consapevolezza e risveglio”. A quale punto di quel percorso sia ora è ingiusto anche da chiederlo, quello che conta è che sta correndo ancora, che non c’è stata alcuna resa e che la speranza può ancora essere coltivata.

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